Storie in rete.org

Maurizio Gusso, “Racconti italiani del Novecento” (2006)

Stampa questo articolo | set 12th, 2010 | By Gioconda Rainero | Category: Fonti e percorsi tematici
Maurizio Gusso, Racconti italiani del Novecento, in Vincenzo Campo (a cura di), La biblioteca del racconto, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2006, pp. 82-105
Sono convinto che sia impossibile condensare la duplice complessità della storia e della letteratura italiana del secolo scorso in soli dieci racconti, ma provo a stare al gioco selezionando, dal mio osservatorio di formatore degli insegnanti ed ex docente di italiano e storia, una decina di eventi cruciali, persistenze di lunga durata e grandi trasformazioni del Novecento italiano e, per ognuno di essi, un racconto italiano il più possibile coevo. Per limiti di spazio, rinvio al mio scritto Storia. Venti racconti italiani del Novecento chi volesse conoscere i criteri che hanno orientato la scelta dei dieci racconti che qui presenterò brevemente e di altri dieci con cui mi sembra utile confrontarli.
1. Ambientato fra le montagne vicentino-trentine al confine fra Italia e Austria in un giorno dell’agosto 1917, La paura (1921) di Federico De Roberto è uno dei più intensi racconti italiani sulla guerra in generale e in particolare sulla prima guerra mondiale, di cui rappresenta alcune contraddizioni storiche, in anticipo rispetto al più famoso Un anno sull’Altipiano (1938) di Emilio Lussu.
La parte iniziale del racconto mette in luce un aspetto paradossale della guerra di posizione: la routine, la contiguità delle trincee e la somiglianza della vita quotidiana nei due schieramenti spingono a «una specie di tacito accordo in virtù del quale nessuno dei due partiti dava molestia all’altro. (…) E già qualche parola si veniva scambiando, laggiù: qualche pagnotta volava dai nostri posti ai posti austriaci, e qualche pacchetto di tabacco faceva la strada inversa, mentre ci stavano dinanzi truppe boeme, fin da allora poco disposte a lasciarsi ammazzare per i begli occhi di Casa Asburgo».
Un’improvvisa ripresa delle ostilità da parte austriaca rompe la stasi della guerra di posizione, fino allora vissuta come una «inerzia snervante» dal tenente Alfani. Il suo plotone, un mosaico di uomini provenienti da varie regioni del Regno d’Italia, si trova in una situazione senza scampo: un cecchino austriaco uccide tutti i soldati italiani mandati di vedetta a un canalone strategico; le uniche alternative sono quelle di farsi uccidere dagli austriaci o farsi giustiziare dai commilitoni italiani per aver rifiutato l’ordine del tenente. Nel plotone serpeggia il malcontento verso gli alti Comandi, gli imboscati e gli speculatori di guerra.
Una svolta nel racconto si ha quando Morana, «un prode, un veterano d’Africa» a cui tocca il turno di vedetta, si rifiuta di eseguire il compito perché la paura, a quel punto, ha superato anche la consuetudine all’«orrore» della guerra. Il suicidio finale di Morana, ingiustamente accusato di viltà da Alfani, condensa la tragedia bellica nel binomio senza scampo omicidio/suicidio e inocula il dubbio – ancora oggi attuale – che in una situazione tragica la paura sia più umana e ragionevole di un coraggio e di un senso dell’onore malintesi.
Rispetto ad altre opere coeve di De Roberto sulla guerra – pur interessanti come le novelle Il rifugio (1920), La retata (1921) e L’ultimo voto (1923) e le raccolte di saggi Al rombo del cannone (1919) e All’ombra dell’olivo (1920) – La paura spicca per un profondo realismo, che supera i limiti dell’ideologia interventista dell’autore.

2. Il vecchio con gli stivali (1944) di Vitaliano Brancati è uno dei racconti italiani più significativi sulla ‘fascistizzazione’ della società italiana (e in particolare del pubblico impiego), sul graduale passaggio a forme di antifascismo istintivo, estetico ed etico di una parte degli italiani non politicizzati, sulla mancata epurazione dei fascisti, sugli elementi di continuità tra fascismo e postfascismo e, più in generale, sulle tematiche sempre attuali del trasformismo e del conflitto fra totalitarismo e democrazia.
Ne è protagonista Aldo Piscitello, un impiegato avventizio e apolitico del Municipio di Catania, che «una mattina del 1930», «a cinquant’anni suonati» e con tre figli, a malincuore si lascia convincere dal podestà e dalla moglie Rosina, clericale e fascista, a iscriversi al Partito Nazionale Fascista per evitare l’epurazione. Nel 1934 la moglie lo costringe a figurare come squadrista e a indossarne la divisa – camicia nera con un nastrino rosso e stivali – al fine di ottenere le duemila lire concesse dallo Stato agli impiegati squadristi. Tuttavia, una sera del 1935, «Giunto a casa, e visto che nessuno dei suoi era rientrato, si strappò il distintivo dalla giacca, ci sputò sopra due volte, lo buttò a terra e lo pestò; quindi così spiaccicato com’era e ridotto a una blatta, lo sollevò di nuovo e lo tenne davanti agli occhi, ma per poco; lo gettò nell’orinale, e vi pisciò; poi, con un legno, lo tirò fuori, lo pulì con acqua e sapone, lo aggiustò alla men peggio e se lo rimise all’occhiello». Da quel momento la vita di Piscitello cambia totalmente, nel segno di un odio verso il fascismo che lui stesso non sa come spiegare alla moglie e che lo abbandona solo dopo il crollo del regime e l’ingresso degli alleati in città, senza che qualche altro sentimento vitale gli subentri: «Se vogliamo essere veritieri, e non lasciarci trasportare dalla tentazione di adornare il nostro eroe, dobbiamo dire che una sola qualità lo vestiva dalla testa ai piedi, di fuori e dentro, ne involgeva ogni atto e parola: insignificante. Egli era tornato insignificante come lo era stato sempre fino al 1930».
Il nuovo sindaco elettivo va a trovare Piscitello nel paese etneo dove si è trasferito dai tempi dei bombardamenti e dello sfollamento e gli comunica, con molto imbarazzo, che è costretto a epurarlo a causa del suo passato di squadrista e quindi a licenziarlo in tronco dal posto di impiegato municipale. Piscitello, tuttavia, con grande sorpresa e sollievo del sindaco, si limita a dire: «”Sì… Come no?”». Il finale è particolarmente amaro e beffardo: «In macchina, sulla via del ritorno, il sindaco era perplesso, stupito, e da un altro verso soddisfatto: perché la giustizia, la severità, o addirittura il male, egli l’aveva operato, grazie a Dio, non su un uomo vero e proprio, ma su un essere poco poco più animato della sedia che quell’essere stesso aveva occupato per quarant’anni nel suo cotidiano lavoro davanti a un tavolo del Municipio. Quanto alla famiglia, si sarebbe poi studiato se non fosse il caso di aiutare la signora Rosina, ch’era stata sempre una brava donna».
Il vecchio con gli stivali rispetto ad altri racconti dell’omonima raccolta del 1946, pur interessanti – come La noia nel ‘937 -, risalta per la rappresentazione critica dei costumi fascisti e del trasformismo, acuta quanto quella del gallismo siciliano nei più famosi romanzi Don Giovanni in Sicilia (1942), Il bell’Antonio (1949) e Paolo il caldo (1955).

3. Il padrone paga male (1959) di Beppe Fenoglio rappresenta con franchezza alcuni degli aspetti più complessi, problematici e ambivalenti della Resistenza italiana, quali la scelta, l’uso della violenza (o il rapporto tra fini e mezzi), le bande partigiane come luoghi di apprendistato della democrazia e le intricate relazioni fra persone di differenti generazioni, età e orientamenti politici e culturali e in particolare le somiglianze e le differenze fra diverse formazioni partigiane (in questo caso, quelle ‘garibaldine’/comuniste e quelle ‘badogliane’/autonome).
Il racconto è quasi interamente racchiuso in un dialogo fra Gilera e Oscar, due partigiani «badogliani», durante il loro turno di guardia al cimitero di Mango, nelle Langhe.
Oscar racconta che suo cugino Alfredo, al momento della partenza per la banda partigiana comunista della Stella Rossa, gli «aveva consigliato di attendere sue informazioni» prima di entrarvi. Il «commissario di guerra» della Stella Rossa, Ferdi, uno «delle parti di Brescia», di circa 35 anni, aveva voluto mettere alla prova la vocazione partigiana di Alfredo attraverso una specie di simulazione di tre casi di coscienza in situazioni estreme: mandare o no la propria bella sorella a far l’amore con un ufficiale fascista per poterlo liquidare con maggior sicurezza, ma con il rischio di non riuscirci; tirare o no una bomba a mano in un ristorante contro una tavolata di ufficiali fascisti in presenza di due «camerierine» «svelte e simpatiche»”; chiamare o no gli inglesi a bombardare la propria città, con il rischio di far morire sotto le bombe molti civili e in particolare i propri genitori. In tutti e tre i casi-limite il cugino di Oscar aveva risposto che certamente avrebbe rinunciato all’azione armata. «Il commissario stavolta fece una smorfia terribile e gli scaraventò in faccia un’urlata quale mio cugino [è Oscar a parlare] non si era mai ricevuto. Ma per la verità non ce l’aveva solo con lui, era furibondo con tutti e tutto. Sbraitava. ”E tu sei un partigiano!? E voi sareste partigiani? (…) Nanerottoli che volete fare un lavoro da giganti!” (…) Quando finalmente gli parve che si fosse un po’ calmato mio cugino gli si riavvicinò e gli chiese il permesso di andarsene. Gli giurò che non tornava a casa per denunciarsi al servizio del lavoro ma che semplicemente passava a un’altra formazione dove fossero contenti di lui così com’era. Ma il commissario gli posò una mano sulla spalla e con voce quasi normale lo invitò a restare, che avrebbero finito col capirsi, che si sarebbe poi trovato bene con lui e la sua brigata. E infatti mio cugino si è fermato nella Stella Rossa. Però il giorno stesso di quella polemica mi spedì la famosa cartolina ”Il padrone paga male”».
Oscar, spinto dalla cartolina a preferire i «badogliani» alla Stella Rossa, narra a Gilera di essersi poi incontrato con Alfredo a Bonivello, a metà strada fra le zone dei «badogliani» e dei «rossi», dove il cugino gli ha raccontato dell’arresto di Ferdi, delle torture inflittegli in carcere dai fascisti e della sua atroce uccisione da parte dei tedeschi.
Oscar conclude: «gli ho domandato se era comunista o se stava per diventarlo e mio cugino Alfredo mi ha risposto testuali parole. (…) “Non sono comunista e nemmeno lo diventerò. Ma se qualcuno, fossi anche tu, si azzardasse a ridere della mia stella rossa, io gli mangio il cuore crudo”».
Con questa realistica sintesi di un residuo estremismo verbale giovanile e di una nuova consapevolezza di un’identità di gruppo – cementata dalla memoria di un commissario politico coerente con le proprie idee fino a morirne- un’esperienza d’iniziazione si trasforma in un vero e proprio racconto di formazione, che, come il racconto Gli inizi del partigiano Raoul (nella raccolta I ventitre giorni della città di Alba del 1952) e i romanzi Primavera di bellezza (1959), Una questione privata (1963) e Il partigiano Johnny (1968), rappresenta un antidoto contro le semplificazioni manichee delle opposte ‘leggende’ sul movimento di Liberazione: quelle ‘nere’ del revisionismo storiografico e dell’anticomunismo volgare e quelle ‘rosa’ della monumentalizzazione della Resistenza.

4. Il ritorno di Lorenzo (1981) di Primo Levi è particolarmente significativo per la rappresentazione di un caso non frequente di solidarietà fra un lavoratore coatto italiano e un suo compatriota deportato ad Auschwitz, di uno dei tanti epici viaggi di ritorno in Italia dei lavoratori coatti, degli internati o dei deportati e delle difficoltà di reinserimento negli anni della ricostruzione di un muratore molto legato al proprio lavoro e ai propri ideali di libertà, in parte simile alla figura del montatore piemontese Libertino Faussone, coprotagonista del romanzo di Primo Levi La chiave a stella (1978).
All’inizio del racconto il narratore spiega che di Lorenzo ha già parlato in Se questo è un uomo (1947), ma «in termini volutamente vaghi» dato che «l’impresa di trasformare una persona viva in un personaggio lega la mano di chi scrive. Questo avviene perché tale impresa, anche quando è condotta con le intenzioni migliori e su una persona stimata ed amata, sfiora la violenza privata, e non è mai indolore per chi ne è l’oggetto». Solo a molti anni di distanza dalla morte di Lorenzo egli si è sentito sciolto dal suo ritegno, sembrandogli «doveroso cercare di ricostruire l’immagine» che di lui ha conservato.
La figura di Lorenzo, protagonista del breve racconto, è ispirata al muratore di Fossano Lorenzo Perrone, il quale, trovandosi a lavorare per un’impresa italiana che gli occupanti tedeschi avevano trasferito d’autorità dalla Francia ad Auschwitz, vi conobbe nel giugno 1944 il narratore, un deportato inviato dal suo Kapo a fare il manovale in una squadra di muratori che doveva erigere un muro nello stesso cantiere della Buna a Monowice. Perrone lo prese sotto tutela e, ogni volta che poteva, gli fece avere una gavetta di zuppa raccolta tra gli avanzi del campo della sua ditta, consentendo così a lui ed al suo amico italiano Alberto di sopravvivere fino all’evacuazione del Lager: «Alberto ed io eravamo stupiti di Lorenzo. Nell’ambiente violento ed abietto di Auschwitz, un uomo che aiutasse altri uomini per puro altruismo era incomprensibile, estraneo, come un salvatore venuto dal cielo: ma era un salvatore aggrondato, con cui era difficile comunicare. Gli offrii di fare avere una somma a sua sorella, che stava in Italia, a compenso di quello che lui stava facendo per noi, ma lui rifiutò di darcene l’indirizzo».
Quando, il 1° gennaio 1945, con l’approssimarsi del fronte, i tedeschi evacuarono il campo degli italiani, Lorenzo partì a piedi per l’Italia. Dopo quattro mesi arrivò al Brennero, proprio il 25 aprile, e in una ventina di giorni raggiunse Torino. «Aveva l’indirizzo della mia famiglia, e trovò mia madre, a cui intendeva portare mie notizie. Era un uomo che non sapeva mentire; o forse pensava che mentire fosse futile, ridicolo, dopo aver visto l’abominio di Auschwitz e lo sfacelo dell’Europa. Disse a mia madre che io non sarei ritornato: gli ebrei di Auschwitz erano morti tutti, nelle camere a gas, sul lavoro, o infine uccisi dai tedeschi in fuga (il che era vero quasi alla lettera). Per di più, aveva saputo dai miei compagni che al momento dell’evacuazione del Lager io ero ammalato. Era meglio che mia madre si rassegnasse.
Mia madre gli offrì del denaro perché facesse in treno almeno l’ultima tappa, da Torino a Fossano, ma Lorenzo non lo volle, aveva camminato per quattro mesi e per chissà quanti mila chilometri, non valeva proprio la pena di prendere il treno».
Dopo il ritorno a Torino, cinque mesi più tardi – alla fine del lungo giro narrato in La tregua (1963) -, il narratore andò a Fossano per rivedere Lorenzo e portargli un maglione per l’inverno: «Trovai un uomo stanco; non stanco del cammino, stanco mortalmente, di una stanchezza senza ritorno. Andammo a bere insieme all’osteria, e dalle poche parole che riuscii a strappargli compresi che il suo margine di amore per la vita si era assottigliato, era quasi scomparso. Aveva smesso di fare il muratore; andava in giro per i cascinali con un carrettino, a comprare e vender ferro vecchio. Non voleva più regole né padroni né orari. Il poco che guadagnava lo spendeva all’osteria; non beveva per vizio, ma per uscire dal mondo. Il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. (…) Ormai viveva da nomade, dormiva dove gli capitava, anche all’aperto nel rigido inverno del ’45-46. Beveva ma era lucido; non era un credente, non sapeva molto del Vangelo, ma mi raccontò allora una cosa che ad Auschwitz non avevo sospettato. Laggiù non aveva aiutato soltanto me. Aveva altri protetti, italiani e non, ma gli era sembrato giusto non dirmelo: si è al mondo per fare del bene, non per vantarsene. (…)
Si ammalò; grazie ad amici medici potei farlo ricoverare in ospedale, ma non gli davano vino e lui scappò. Era sicuro e coerente nel suo rifiuto della vita. Fu ritrovato moribondo pochi giorni dopo, e morì all’ospedale in solitudine. Lui, che non era un reduce, era morto del male dei reduci».
Rispetto ad altri interessanti racconti della raccolta Lilít e altri racconti (1981) – come La storia di Avrom, Stanco di finzioni e Il ritorno di Cesare – e di quella del 1975 Il sistema periodico – come VanadioIl ritorno di Lorenzo si caratterizza per la pietas riconoscente del narratore verso Lorenzo (una specie di ‘giusto’, entrato in crisi dopo Auschwitz) e per il richiamo al dovere della memoria, contiguo a quello della testimonianza e all’etica della responsabilità, da cui sono nate le opere più famose di Primo Levi: Se questo è un uomo, La tregua (1963) e I sommersi e i salvati (1986).

5. Gianni Palaia di Melissa (1966) di Saverio Strati è molto interessante per la rappresentazione dei nessi fra la repressione delle occupazioni delle terre nel secondo dopoguerra, le massicce migrazioni dalle campagne meridionali verso il Nord italiano ed europeo e il crollo del blocco di potere degli agrari del Sud, e per l’esame delle complesse relazioni fra immigrati e autoctoni, con riferimenti molto puntuali all’eccidio di Melissa (29 ottobre 1949) e ai nomignoli dispregiativi che all’epoca molti svizzeri usavano nei confronti degli italiani («Cinki» e «Sullini»).
Il breve racconto prende il titolo dal nome del protagonista, un ex contadino di Melissa (in provincia di Catanzaro allora e di Crotone oggi), emigrato in Svizzera nel 1952, per due anni dipendente di una famiglia di contadini e poi «Bracciante in fabbrica», il quale, all’inizio degli anni ’60, racconta la propria storia al narratore, un muratore più giovane, emigrato, dopo il servizio militare, ad Aarau (capoluogo del cantone di Argovia), dove abita con la moglie, un’operaia conosciuta in Svizzera, e due fratelli. I due si incontrano alla stazione ferroviaria di Olten (cittadina del cantone di Soletta) e fraternizzano. Gianni Palaia, che ha lasciato in Calabria i genitori – a suo carico -, la moglie e i figli, racconta la sanguinosa repressione dell’occupazione, da parte dei contadini poveri di Melissa, delle terre incolte del feudo Fragalà – un tempo comunali ma poi usurpate dal barone Berlingeri -, con la conseguente emigrazione di massa in vari paesi europei, che ha svuotato le campagne, provocando il crollo dello strapotere dei padroni. Palaia fa un bilancio complesso della sua esperienza di immigrato in Svizzera: «Il bello di questo paese, però, è che tutti lavorano. Le signorine studiavano a Zurigo e tornavano a casa ogni sabato e non si vergognavano di venire a lavorare sul campo. Questo mi piace… Da noi una ragazza che studia… In molte cose siamo assai indietro. Te lo dico io. Siamo mille anni indietro… Qui lavorano tutti, da noi dieci lavorano e novanta stanno a passeggiare… Vivendo fuori da quell’ambiente, gli occhi ti si aprono. Ho imparato molto, io… Ma non auguro a nessun diavolo di capitare dai contadini svizzeri… Ci stetti per due anni, io. Poi finalmente potei cambiare qualifica e andai in fabbrica. Il lavoro, anche se pesante, è più comodo e guadagno di più… Ma mi sento in prigione, ti dico la verità, e partirei anche domani, se laggiù ci fosse un lavoro sicuro».
La scelta di questo racconto è anche un invito alla scoperta di uno dei più grandi narratori della crisi del mondo contadino meridionale (e in particolare calabrese) e dell’emigrazione italiana interna e all’estero: si vedano, per esempio, i romanzi Mani vuote (1960), Noi lazzaroni (1972) e Terra di emigranti (1979).

6. Lo sgombero (1958) di Anna Maria Ortese contiene una rappresentazione molto intensa non solo della condizione femminile, delle relazioni all’interno di una famiglia operaia e fra operai e intellettuali comunisti – e della delusione di parecchi di loro dopo la repressione sovietica della rivoluzione ungherese -, ma anche e soprattutto della reificazione, dell’alienazione operaia e delle molteplici forme di incomunicabilità fra persone di generi e classi differenti.
Dà il titolo al racconto il trasloco da una casa troppo grande in un appartamento più piccolo, meno caro e riscattabile, in un complesso di case popolari di recente costruzione, affrontato da due fratelli milanesi: l’operaio Alberto Sanipoli e la sorella maggiore Masa, rimasti orfani dopo la morte (sette anni prima) della madre Emilia e quella (otto anni prima) del padre Piero, dissoltosi in un mastello di acciaio incandescente in quelle stesse Acciaierie W. in cui Alberto è stato poi assunto per una sorta di postumo risarcimento economico e morale. La casa è divenuta troppo grande quando i due fratelli sono stati abbandonati dal loro inquilino Dino Piermattei, studente alessandrino di famiglia borghese ma di fede comunista, fidanzato di Masa, entrato in crisi dopo la repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956 e trasferitosi per lavoro a Torino.
«E ancora, Alberto seppe che tra sua sorella e il compagno borghese c’era stato tutto quello che può esserci tra una donna e un uomo, meno la pietà, la famiglia, l’avvenire. (…) ”Un uomo è un uomo… Un operaio è un uomo come un altro… Non sarà più possibile adoperare un altro uomo… In Russia…” Chi l’aveva detto? In Russia, come qui, doveva essere sempre la stessa cosa, invece. Uomini che adoperano ed altri che sono adoperati. Non bastava essere comunisti, per non fare in questo modo. Occorreva un mezzo più delicato. Una cosa che c’era stata sempre, nei Sanipoli, eterna come la fedeltà al lavoro: il rispetto di sé, degli altri. Il rispetto ch’era anche più grande dell’amore, perché l’amore nasceva dal desiderio e ritornava desiderio, desiderio di sé, degli altri, e il desiderio portava l’ambizione, la sopraffazione. E mentre seppe questa cosa, che il rispetto era la cosa più grande che si poteva offrire agli uomini, seppe anche che lui e Masa e tutti gli uomini e le donne come lui e Masa, erano uomini e donne senza peso, senza patria, senza valore, perché conoscevano il rispetto. Erano perduti perché non volevano combattere contro l’uomo, in un mondo dove i più alti monumenti erano fatti con le ossa e il sangue degli uomini, e anche i vestiti erano fatti con la pelle dell’uomo, e anche i piatti più delicati erano preparati con qualcosa ch’era stata sottratta alla dignità dell’uomo».
Rispetto ad altre opere analogamente incentrate sulle tematiche dell’alienazione nelle grandi città, quali Napoli (si veda Il mare non bagna Napoli, raccolta di racconti e saggi del 1953) e Milano (si vedano gli altri racconti della raccolta del 1958 Silenzio a Milano), e sulla crisi degli intellettuali di sinistra negli anni della guerra fredda e della destalinizzazione (come i romanzi Poveri e semplici del 1967 e Il cappello piumato del 1979), Lo sgombero si caratterizza per una maggiore penetrazione psicologica dei personaggi e per un più profondo spessore simbolico.

7. La nuvola di smog (1958) di Italo Calvino è particolarmente significativo per la rappresentazione sia della crisi degli intellettuali di fronte all’avvento del neocapitalismo sia delle relazioni perverse fra industrializzazione, inquinamento e industria culturale.
L’anonimo protagonista del lungo racconto si trasferisce in una città (verosimilmente Torino) per lavorare come redattore del quindicinale «La Purificazione dell’Aria dal Fumo, dalle Esalazioni Chimiche e dai Prodotti della Combustione», organo dell’EPAUCI (Ente per la Purificazione dell’Atmosfera Urbana dei Centri Industriali), diretto dall’ingegner Cordà, presidente dello stesso ente e consigliere delegato di una serie di industrie. Nella camera affittatagli dalla signorina Margariti e negli uffici dell’EPAUCI domina una polvere grigia. Lentamente si scopre che anche le eccezioni allo sporco pervasivo (le camere tenute maniacalmente pulite dalla signorina Margariti, che però abita solo in quelle sporche, e la scrivania che il dottor Avandero, il capufficio-stampa dell’EPAUCI, tiene sempre sgombra dalle carte, a costo di nasconderle sul tavolo del protagonista) confermano la regola dello smog.
All’improvviso nella sua vita ricompare l’amata e solare Claudia, appartenente all’alta società e in apparenza immune dalla polvere. Recatosi con lei su una collina che domina la città, il protagonista scopre dall’alto la nuvola di smog che la circonda.
Un giorno l’ingegner Cordà gli chiede di portargli le bozze dell’ultimo numero de «La Purificazione» nel suo ufficio alla Wafd, una fabbrica di cui è consigliere delegato. Lì il protagonista si accorge che la nuvola di smog ha origine proprio dalle ciminiere della Wafd: «E io che tante volte di fronte a lui, negli uffici dell’Ente, sfogavo il mio naturale antagonismo di dipendente dichiarandomi mentalmente dalla parte dello smog, agente segreto dello smog penetrato nello stato maggiore nemico, ora capivo quanto il mio gioco era insensato, perché era l’ingegner Cordà il padrone dello smog, era lui che lo soffiava ininterrottamente sulla città, e l’EPAUCI era una creatura dello smog, nata dal bisogno di dare a chi lavorava per lo smog la speranza d’una vita che non fosse solo di smog, ma nello stesso tempo per celebrarne la potenza».
Egli pubblica un numero de «La Purificazione» interamente dedicato al problema dell’inquinamento dell’aria causato dalle radiazioni atomiche, che sembra soppiantare quello dello smog. «Neanche questa volta ebbi seccature. Che non fosse letto però non era vero: leggere, leggevano, ma ormai per queste cose era nata una specie d’assuefazione, e anche se c’era scritto che la fine del genere umano era vicina, nessuno ci badava».
Nel finale scopre un viavai di carri di biancheria e individua nel «sobborgo di Barca Bertulla» «un paese dei lavandai» dove si lavano le lenzuola della città, che vengono ritirate sporche e restituite pulite ogni lunedì: «Non era molto, ma a me che non cercavo altro che immagini da tenere negli occhi, forse bastava».
Rispetto ad altre opere di Calvino incentrate sulle trasformazioni ambientali, sociali e culturali connesse ai processi di industrializzazione – come L’avventura di due sposi e La gallina di reparto (ne I racconti del 1958), la raccolta di novelle Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963) e il romanzo La speculazione edilizia (1957) – La nuvola di smog si caratterizza per la tendenza a tradurre tematiche analoghe in un racconto di atmosfera, profondamente simbolico, sulla crisi degli intellettuali nell’età dell’industria culturale e del neocapitalismo.

8. Filologia (1973) di Leonardo Sciascia è interessante per la rappresentazione di mutamenti e persistenze nella storia della mafia siciliana prima e dopo l’istituzione (il 12 dicembre 1962) della prima Commissione antimafia.
Il breve racconto assume la modalità ironica e beffarda di una disquisizione fra due personaggi anonimi, che gradualmente scopriamo essere un capomafia acculturato e un suo picciotto impulsivo, violento e ignorante, sui significati della parola «mafia» e sulle tecniche di autodifesa nei confronti della Commissione antimafia. La conversazione è condotta dal primo personaggio, che espone al secondo, con precisione filologica, una serie di definizioni e congetture etimologiche relative alla mafia, tratte da dizionari e da libri di illustri studiosi. In effetti larga parte della bibliografia tradizionale sulla mafia, definendola come «stato d’animo» più che come «stato di fatto», sostiene delle «fesserie dotte, fesserie che hanno tutte una loro logica…» e può essere usata per farne un’apologia e per dimostrare che non esiste come associazione a delinquere reale, ma solo come atteggiamento culturale. A ogni definizione citata dal capomafia il picciotto reagisce anzitutto emotivamente, esprimendo sommari giudizi di valore negativi su tutte le definizioni negative e positivi su tutte quelle positive. Il capomafia, però, lo esorta sia a fare un’analisi e un uso più sottili dei testi sia a esprimersi «nel modo più secco e più corretto, con educazione, con tatto», e, in una sorta di didascalico interrogatorio di addestramento, gli insegna pazientemente quale tattica tenere con la nuova Commissione antimafia:
«-(…) Io, perché tu lo sappia, chiederò di essere sentito dalla commissione.
- Lei?
- Sì, mio caro, proprio io: ho anch’io da dare il mio piccolo contributo.
- Ma…
- Un contributo alla confusione, si capisce… E te lo garantisco io che ad un certo punto non si capirà più niente: tra storia, filologia e lettere anonime non si capirà più niente, niente… Hai idea della quantità delle lettere anonime che riceverà la commissione?».
Di fronte all’accusa di non prestare attenzione alle spiegazioni del capomafia, il picciotto perde la pazienza e contrappone alla filologia la forza economica e militare della nuova mafia, che ha sostituito la lupara con la dinamite, ma viene rimbeccato: «Perché ora la vostra scienza si è arricchita della dinamite, del tritolo: con questo bel risultato… Lasciatele fare ai tedeschi del Tirolo, queste cose: gente fanatica, gente pazza; fascisti…
- (…) Lasciamo stare, dunque, questi mezzi da terroristi: noi non siamo anarchici, siamo persone d’ordine… E i conti che abbiamo da regolare, da oggi in poi li regoleremo all’antica».
Dopo aver fatto una domanda di controllo al picciotto, il capomafia lo elogia per la risposta esatta, aggiungendo alcune ulteriori informazioni storiche, e conclude: «- Ci sono tante cose che non sai, e che è bene sapere… La cultura, mio caro, è una gran bella cosa…».
Rispetto ad altre opere di Sciascia incentrate sulle contraddizioni della società siciliana e sulla mafia – si vedano, per esempio, le Cronache scolastiche (1955) e i romanzi Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966) – questo racconto si caratterizza per la fulminante sinteticità e per l’ironia amara e beffarda.

9. I lavori di casa (1969) di Natalia Ginzburg è storicamente significativo per la rappresentazione del lavoro casalingo e dei contrasti fra modelli educativi familiari di generazioni diverse negli anni sessanta, con un riferimento di sapore autobiografico allo sconcerto nei confronti dei modelli culturali della generazione del baby boom e del Sessantotto.
Il breve racconto narra i complessi rapporti di una vecchia madre con i «lavori di casa» e con le famiglie dei figli.
«Non potendo dormire, la vecchia madre usa alzarsi quando ancora è buio, scendere in cucina e farsi il caffè. Dopo, si mette seduta sul divano nella stanza da pranzo, se ne sta lì a fumare e aspetta che venga giorno.
Le piacerebbe mettersi a fare i lavori di casa: spazzare le scale, lavare i pavimenti, lavare porte e finestre. Non può, perché tutti dormono; e questi atti che pensa e non compie la accendono di un freddo fuoco. Era, da giovane, disordinata e pigra; invecchiando, le è venuta la mania dell’ordine, e una sorta di torvo amore per i lavori di casa; e i figli, le nuore e gli amici usano biasimare questa sua passione, la definiscono un segno squallido e deplorevole di vecchiaia e di aridità. I lavori di casa sono in lei, essi dicono, un alibi per non fare altre e più nobili cose: leggere, occuparsi di politica, coltivarsi. La vecchia madre non ha mai capito nulla di politica; non ha più in testa che tre o quattro pensieri, pietrosi e caparbi, e li coltiva mentre sta sul divano a fumare o quando infuria nei lavori di casa». Questo incipit lascia trasparire il carattere internamente conflittuale e ossimorico del «torvo amore per i lavori di casa» e inscena un contrasto fra i modelli culturali della vecchia madre, da una parte, e, dall’altra, dei figli, delle nuore e degli amici, che nelle pagine successive si traduce in un conflitto fra diversi modelli educativi familiari:quello tradizionale, in parte autoritario ma fondato su una chiara divisione di ruoli fra genitori e figli, e quello più antiautoritario e lassista, basato su un’irresolutezza dei genitori che contagia anche i figli.
Nel finale il racconto approfondisce la complessità e la contraddittorietà del «torvo amore» dell’anziana donna per i lavori di casa, in parte sintomo di attaccamento al modello tramandato da sua madre, in parte fissazione legata all’invecchiamento, in parte compensazione del mancato riconoscimento di un ruolo significativo all’interno della famiglia: «Lavando i pavimenti con furia, la madre si chiede perché fa questa cosa, forse davvero inutile e mortificante; se in memoria della propria madre, o per un arido e maniaco piacere. Non lo fa per amore della casa: della casa, ha capito che non gliene importa nulla. Ciò che al mondo le importa sono i figli, e i loro dolci e riccioluti bambini: persone a cui non interessa affatto, che i pavimenti vengano lavati o meno. (…)
La madre si chiede se qualcuno ancora, lei morta, laverà i pavimenti nella casa».
La scelta di I lavori di casa è anche un invito alla scoperta (o alla riscoperta) di una narratrice molto attenta alla storia della famiglia italiana e ai conflitti fra modelli culturali, educativi e scolastici di persone diverse per generazioni, generi e ruoli: si vedano, per esempio, i racconti Lui e io, I rapporti umani e Le piccole virtù, nella raccolta Le piccole virtù (1962), i due racconti di Famiglia (1977) e i romanzi Lessico famigliare (1963) e Caro Michele (1973).

10. La gonna blu (2003) di Erri De Luca è interessante per la rappresentazione di convergenze e divergenze fra i modi di partecipare al movimento del Sessantotto da parte di due persone di età, generi e classi sociali differenti e dei diversi effetti della repressione poliziesca su di loro.
Dà il titolo al breve racconto la gonna blu della divisa della scuola privata frequentata dall’anonima protagonista, una ragazza romana di buona famiglia che partecipa alle attività di un «gruppo di agitati politici» nato dal movimento del Sessantotto, condividendo, a turni, con il narratore – un giovane proveniente dal sud – l’uso del ciclostile per la stampa dei volantini.
«La nostra era la prima generazione d’Europa che a diciott’anni non veniva presa per la collottola e sbattuta in guerra contro un’altra gioventù dichiarata nemica. Era la prima che si scrollava di dosso le conseguenze catastrofiche della parola patria. Perciò eravamo patrioti del mondo e ci impicciavamo delle sue guerre. Su gran parte di quei volantini era scritto il nome di un lontano paese dell’Asia: Vietnam. (…) Tra noi c’era un poco d’intesa, era un tempo buono per stabilirle, contavano poco la differenza di reddito, d’istruzione, di età. (…) Restava un poco sui pensieri poi tornava al punto: ”E la paura?”. ”Sono un rivoluzionario”, dicevo, ”la paura la devo scacciare”. ”A me la paura viene pure dentro le cariche della polizia, scappo, penso ai miei genitori che non s’immaginano niente. Non credo di essere rivoluzionaria”. (…) ”Se non sei rivoluzionaria, chi sei?”. ”Una che aiuta la giustizia, che sta con la gente oppressa dalle mancanze e dalle prepotenze”. ”Allora sei una che vuole aiutare il prossimo?”. La mia domanda era stonata in una sede e in un pomeriggio di rivoluzionari. Se ne accorse. E stette zitta, e pensai di averla offesa. Invece si girò verso di me (…): ”Ma tu non vuoi essere per una volta il prossimo per qualcuno?”. Tolsi gli occhi da lei, credo che mi confusi con le mani. (…) Del suo istituto lei sola e di nascosto si era messa a partecipare delle mosse e delle ragioni di una gioventù squietata e sparigliata, nemica dei poteri costituiti, scossa dai casi del mondo. In segreto portava un poco di quei fogli dentro la scuola a suo puro rischio, senza nessuna speranza di coinvolgere. E aveva dubbi se era rivoluzionaria? Il grado di rottura dentro l’ordine sociale di allora non era misurato su persone pronte a partire per un fronte, ma da cittadini come lei che si mettevano a sabotare poteri nei posti più strani e difficili. Il grado di febbre di quell’Italia non era dato dai surriscaldati, ma dal polso dei miti, dei pacifici che collaboravano alle rivolte. Quando azzardano le educande, un paese è prossimo all’incandescenza».
Questo passo è particolarmente interessante per il rovesciamento delle gerarchie di valore fra i due personaggi, operato dal senno di poi, ossia dalla presa di distanza e dalla maturazione critica del narratore.
In seguito il racconto, dopo aver caratterizzato la generazione del ’68 come una «nuova gioventù che aveva deciso» di avere un parere «separato e suo sopra qualunque e qualsivoglia cosa» e che aveva come premessa «ribaltare, mettere il sotto sopra», narra uno degli effetti di tale «insolenza metodica», ossia la repressione del movimento («La questura veniva a perquisire, a identificare, a denunciare alla magistratura») e in particolare un’irruzione dei questurini nello stanzone, da cui il narratore aveva portato via il ciclostile per nasconderlo in un appartamento vicino.
«Il funzionario si accorse di lei così diversa, le chiese in altro modo i documenti dicendo: ”Signorina che ci fa qua dentro, lasci perdere questi quattro delinquenti e se ne torni alla sua casa ai Parioli”. La lasciò andare. (…) L’attenzione del vicequestore la separava da noi. Si vergognava del privilegio di potersene andare e si vergognava pure del sollievo di non trovarsi i genitori convocati in questura a riprendersi la figlia minorenne. Tra le divise degli agenti vidi uscire la sua gonna blu. (…)
Saremmo tornati di lì a poco, più ribaditi ancora al nostro posto, ma lei no. La ragazza con la gonna blu si staccò quel giorno e chissà chi l’ha meritata tra le braccia».
Il finale è indicativo della distanza critica e ironica, ma senza rinnegamenti, fra il personaggio e l’autore, e della distanza temporale fra il fenomeno storico rappresentato (il Sessantotto) e la data di pubblicazione (2003) del racconto.
La scelta di La gonna blu è anche un invito a scoprire (o a riscoprire) uno dei narratori italiani più attenti alla storia dei movimenti giovanili, studenteschi e proletari: si vedano, per esempio, il racconto Il pannello, nella raccolta In alto a sinistra (1993), e altri racconti inclusi nella raccolta Il contrario di uno (2003), come Vento in faccia e Annuncio mai spedito.

Riferimenti bibliografici

1. Federico De Roberto (Napoli 1861 – Catania 1927), La paura, “Novella”, 15 agosto 1921; poi in L. Russo (a c. di), De Roberto, Garzanti, Milano, 1950, pp.769-798; ora in La disdetta e altre novelle, a c. di G. Traina, Avagliano, Cava de’ Tirreni (SA), 2004, pp. 157-191

2. Vitaliano Brancati (Pachino / SR 1907 – Torino 1954), Il vecchio con gli stivali, “Aretusa”, 1944, n.3, pp.21-48; poi in Il vecchio con gli stivali, Bompiani, Milano-Firenze-Roma, 1946 (1947: ed. riveduta ed ampliata); ora in Opere, a c. di M.Dondero, vol.II: Racconti, teatro, scritti giornalistici, Arnoldo Mondadori, Milano, 2003, pp.201-238.

3. Beppe Fenoglio (Alba / CN 1922 – Torino 1963), Il padrone paga male, “Il Caffè”, 1959, n.7-8, pp.18-22; poi in Un giorno di fuoco, Garzanti, Milano, 1963, pp.105-112; ora in Diciotto racconti, a c. di D.Isella, Einaudi, Torino, 2002, pp.159-166.

4. Primo Levi (Torino 1919-1987), Il ritorno di Lorenzo, in Lilít e altri racconti, Einaudi, Torino, 1981, pp. 68-77; ora in I racconti. Storie naturali. Vizio di forma. Lilít, ivi, 2003, pp.428-436.

5. Saverio Strati (S.Agata del Bianco / RC 1924-), Gianni Palaia di Melissa, in Gente in viaggio, Arnoldo Mondadori, Milano, 1966; poi in Gente in viaggio, ivi, 1980, pp.119-130; ora in Gente in viaggio (con DVD e CD Audio), Gallo & Calzati, Bologna, 2004, pp.95-104.

6. Anna Maria Ortese (Roma 1914 – Rapallo / GE 1998), Lo sgombero, in Silenzio a Milano, Laterza, Bari, 1958; ora in Silenzio a Milano, La Tartaruga, Milano, 2002, pp.99-140.

7. Italo Calvino (Santiago de Las Vegas / Cuba 1923 – Siena 1985), La nuvola di smog, “Nuovi Argomenti”, 1958, n.34, pp.180-220; poi in I racconti, Einaudi, Torino, 1958; ora in La nuvola di smog e La formica argentina, Arnoldo Mondadori, Milano, 1996, pp.1-78.

8. Leonardo Sciascia (Racalmuto / AG 1921 – Palermo 1989), Filologia, in Il mare colore del vino, Einaudi, Torino, 1973; ora in Il mare colore del vino, Adelphi, Milano, 2003, pp.83-90.

9. Natalia Ginzburg (Natalia Levi Ginzburg: Palermo 1916 – Roma 1991), I lavori di casa, “La Stampa”, 24.8.1969, p.3; poi in Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano, 1970; ora in Mai devi domandarmi, Einaudi, Torino, 2003, pp.63-67.

10. Erri De Luca (Napoli 1950 -), La gonna blu, in Il contrario di uno, Feltrinelli, Milano, 2003; ora in Il contrario di uno, ivi, 2005, pp.25-30.

- Per una versione successiva che amplia la serie dei racconti da dieci a venti ed esplicita i criteri della loro selezione cfr., in questo stesso sito, Maurizio Gusso, Venti racconti italiani del Novecento

- Scheda editoriale sul volume

- Programma del Convegno Shahrāzād. La biblioteca del racconto (Sala Assemblee Banca Intesa, Milano, 10 novembre 2005), promosso da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (Milano), IRIS e IRRE (Istituto Regionale Ricerca Educativa) Lombardia, in collaborazione con Fondazione Cariplo e Regione Lombardia

(dal sito www.fondazionemondadori.it)

Il libro è in distribuzione gratuita, fino a esaurimento, su richiesta, da inviare a info@fondazionemondadori.it.

Si ringrazia Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori per la cortese autorizzazione alla pubblicazione dell’estratto dal volume.

categoria: Metodi e strumenti| Successivo | Precedente | Trackback (0)
Share

Articoli correlati:

  1. Maurizio Gusso, “Storia. Venti racconti italiani del Novecento” (2007)
  2. Maurizio Gusso, “Dagli emigranti narrati agli emigrati narranti: l’esperienza migratoria degli italiani nelle rappresentazioni letterarie. Un percorso didattico interdisciplinare” (2002)
  3. Antologia video “Film italiani ed europei sul lavoro dopo il 1945. Panoramica storica” di Tina Bontempo, Simone Campanozzi, Claudio A. Colombo, Maurizio Guerri, Maurizio Gusso e Daniele Vola (con la collaborazione tecnica di Igor Pizzirusso), ILSC – INSMLI – IRIS – Società Umanitaria, Milano, 2016 (71′). Scheda a cura di Maurizio Gusso
  4. “Film italiani ed europei sul lavoro dopo il 1945. Una panoramica storica per affrontare il nostro Novecento a Scuola” (Fabbrica del Vapore, Milano, 20 marzo 2016): Laboratorio sull’antologia video “Film italiani ed europei sul lavoro dopo il 1945. Panoramica storica” di Tina Bontempo, Simone Campanozzi, Claudio A. Colombo, Maurizio Guerri, Maurizio Gusso e Daniele Vola (ILSC – INSMLI – IRIS – Società Umanitaria, Milano, 2016, 71′), nell’ambito dell’evento finale di “Dire, Fare, Educare. Un percorso per Milano città educativa” e della seconda edizione 2015-2016 (“Milano: il lavoro, la storia”) del Progetto Milanosifastoria
  5. Maurizio Gusso, “Per una didattica laboratoriale storico-letteraria. Racconti del secondo dopoguerra, in lingua italiana, sulle esperienze migratorie dall’Italia e in Italia” (25 maggio 2012)
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Inserisci un commento