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Pasolini, maestro

Stampa questo articolo | gen 20th, 2010 | By Leonardo Rossi | Category: cameo

Pasolini, maestro (1)
di Leonardo Rossi

La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.
Pier Paolo Pasolini

Gennariello, scolaro immaginario degli anni Settanta, e quelli di Versuta e di Valvasone, ben più
vivi e reali. La passione di scoprire e di far scoprire il loro e il proprio mondo culturale, a sé e a
loro stessi, fuori e dentro di sé.
Fu un dialogo interculturale dentro un contenitore politico-istituzionale, l’Italia, e un dialogo
intraculturale nel contesto di guerra politica e ideologica, dapprima, in quello della modernizzazione
poi. Due costanti, nella diversità di luoghi e tempi: i giovani e la letteratura. Potremo anche
chiamarle il futuro e il coraggio del futuro, oppure, riducendole a una, la vita delle cose prima, dopo
e oltre il loro diventare merce.
L’orizzonte del discorso è meno astratto e generico di quanto sembri. Gennariello è l’interlocutore
immaginario e il destinatario delle lettere di Pasolini dedicate ai giovani infelici dell’Italia
consumista (2). È un giovane napoletano, abitante dell’ultima metropoli plebea italiana. I ragazzi
friulani sono lontani abitanti di una terra frugale e pietrificata che in pochi anni, a quel tempo,
portava i giovani a un rapido declino:

“[...] a quindici anni sono degli incantevoli idoli, adorni di pudori, di tenerezze di
vivacità che non si possono dire; a diciotto la grazia promettente (ma senza futuro) che
li assetava di vita si è già immobilizzata, e la loro commovente timidezza ha assunto
tinte più oscure e monotone: resta lor da appagare la curiosità della carne e questo li
rende ancora vulnerabili, cioè appassionati; ma a ventidue il gioco è fatto, si rendono
conto che ciò che potevano conoscere di questo dolce mondo l’hanno già conosciuto, e
non sanno, nella delusione, trovare nuove sorgenti di illusioni, si lasciano decadere allo
scetticismo dell’io sono un ignorante, senza muovere più un dito per salvarsi.” (3)

Per il giovane Pasolini, nel Friuli delle estati del 1941 e del 1942 e, soprattutto, dalla fine di
quest’anno in cui si trasferisce con la madre e il fratello a Casarsa per sfuggire ai bombardamenti di
Bologna (4), è venuto il tempo dell’”adulta fanciullezza”. In questa età presero forma l’amore per quel
paesaggio naturale e culturale e per la lingua friulana, germinarono la poetica e lo stile con cui poté
tessere lo scambio culturale tra il mondo borghese e quello contadino. In questo tempo Pasolini
cominciò a scrivere le sue prime poesie in lingua, prese contatti con esponenti della poesia
vernacolare udinese e, con alcuni amici di Casarsa, intraprese nel 1944 la via che avrebbe fatto del
dialetto casarsese una lingua (5).
Queste prime esperienze intellettuali friulane si intrecciarono con altre divenute consapevoli negli
anni precedenti. La scadente e retorica qualità della cultura fascista e la sconfitta politica e militare
del fascismo lo portarono a prendere una posizione netta a sostegno della missione che la sua
generazione, e gli italiani, avrebbero dovuto affrontare per educare se stessi al rispetto delle persone
e delle culture, al pluralismo politico e culturale, all’esercizio delle libertà. Dopo l’8 settembre,
prigioniero dei tedeschi a Livorno, dove era stato chiamato alle armi alla fine dell’agosto del 1943,
riuscì a fuggire e a raggiungere Casarsa, che in quell’autunno entrò a far parte del Litorale
Adriatico. Nel nuovo contesto bellico Casarsa diventò un obiettivo militare a causa della presenza
della linea ferroviaria. Gli studenti pendolari correvano troppi rischi per andare a scuola a Udine o a
Pordenone e Pasolini, con l’aiuto di Cesare Bortotto, di Giovanna Bemporad e altri amici, diede vita
a una modesta scuola privata che dopo due mesi venne chiusa per motivi burocratici (6). Pasolini
continuò comunque le sue attività di insegnante e di intellettuale dando lezioni private ad alcuni
quindicenni ginnasiali. Nel corso della primavera e dell’estate del 1944, oltre alla curatela del
secondo numero della rivista “Stroligut”, organizzò un programma di spettacoli musicali e teatrali
per i casarsesi, coadiuvato dalla violinista Pina Kalz. Per l’occasione scrisse due composizioni
teatrali in friulano, una commedia intitolata La Morteana e un dramma intitolato Turcs tal Friul.
Con l’evocazione dell’invasione turca di qualche secolo prima Pasolini allude alla situazione attuale,
al Friuli sotto amministrazione tedesca e alle truppe cosacche impegnate nella guerra antipartigiana.
Anche contro il fratello Guido, quindi.
La guerra incrociò più volte la sua vita: attraverso il padre (7), combattente nell’Africa Orientale
Italiana e prigioniero degli inglesi in Kenia dopo la sconfitta militare, con i bombardamenti e ora
con la partecipazione di Guido a una guerra diversa, patriottica e civile al tempo stesso. Del resto
anch’egli, renitente alla leva di Graziani, era impegnato in una missione che lo vedeva su fronti
opposti rispetto al padre, ufficiale di carriera. Non era Pasolini un militarista, né un fascista. Non era
neppure un monarchico o un trasformista. Certo la sua strada non era segnata da una vocazione
inquadrabile nella cornice istituzionale dell’Italia clerico-fascista, “apoliticamente” conservatrice.
Nell’autunno del ’44 la madre e Pasolini si trasferirono a Versuta in cerca di un rifugio e, per quanto
lo riguardava, di minore esposizione ai rastrellamenti. Qui, insieme alla madre, fece scuola
gratuitamente a un nutrito gruppo di ragazzi per i quali scrisse e con i quali fece le prove di
recitazione della favola drammatica in un atto I fanciulli e gli elfi. Di questo perduto lavoro (8) si sa
che gli elfi erano selvatici cinici maligni, all’occorrenza anche cannibali, che vivevano di rapina.
L’incontro con tre ragazzi incontrati nel bosco rivela loro, attraverso l’esperienza del gioco, un altro
mondo. Gli elfi vorrebbero andarsene con i tre amici, ma il padre Orco si oppone con tutte le sue
forze.

“Ma quando l’Orco invoca l’aiuto di Tigri, Mostri. Sciacalli ecc. gli rispondono dalla
selva canti di uccelli e di violini, quando egli reclama la Tenebra e la Tempesta, si fa
intorno una limpidissima luce, e quando infine, ridotto alla disperazione e al ridicolo, si
appella al suo coltellaccio, invece di questo trova nel suo sacco una pipa.” (9)

Pasolini fa quindi scoprire agli elfi-studenti come il gioco letterario e teatrale possa indicare una via
d’uscita da ciò che è scontato e appare inevitabile, una strategia di resistenza intellettuale alla resa
alla realtà.
In quel periodo il fratello Guido, in montagna con i partigiani, percorreva un altro sentiero per non
arrendersi alla forza della politica di potenza e delle ideologie.
Guido, Ermes (10), era entrato a far parte della Brigata Osoppo, operante sul confine orientale, in un
territorio conteso da diversi nazionalismi. Morirà nel contesto della strage di Porzûs. Avrebbe
potuto salvarsi perché quando quando i partigiani garibaldini arrivarono alle malghe di Malghe
Topli Uork egli si trovava altrove. Venuto a conoscenza dell’imboscata, preferì accorrere in aiuto
del suo comandante. Fatto prigioniero, nei giorni successivi al 7 febbraio 1945, fu processato e
giustiziato.
Sul piano personale Pasolini fu sconvolto dal dolore, si sentì “afferrare da un’angoscia così
indicibile, così disumana” (11). Negli anni successivi la ferita personale fu per molto tempo acuita
dalla furiosa battaglia sulla memoria di Porzûs e dal strumentale uso politico di quella tragica
vicenda. Nella Lettera al direttore del “Mattino del Popolo”. Ermes tra Musi e Porzûs, del 8
febbraio 1948, egli rivendicò che quei martiri non fossero “morti in nome della “Patria”, ma in
nome di quello che il simbolo “Patria” rappresentava nel 1945 per chi combatteva contro i Tedeschi
[…] (12). Si trattava di un ideale quindi, non di una realtà effettuale, di un futuro possibile, non di una
eredità del passato. Si trattava di strappare le cose, le terre, le persone, e la loro cultura, al loro
destino brutale e fatale.
In chiusura della lettera Pasolini tenta di riallacciare un filo tra il presente della perdita e il ricordo
lancinante della presenza che fu.

“Vedendolo camminare da Musi a Porzûs verso una morte che egli avrebbe scelta per
essere fedele a una vita così breve ma così creduta, qualche volta mi sembra di non
resistere all’angoscia, e mi sembra che per lui la madre, i suoi libri, i suoi divertimenti
debbano avere più valore di qualsiasi cosa al mondo; e allora lo chiamo perché torni
indietro verso Musi: “Guido!” lo chiamo. Ma Ermes continua a camminare dritto,
sicuro, senza pentimenti” (13).

Il rapporto che Pasolini ha in effigie rappresentato con il fratello nella chiusa di questa lettera lo
vede come una sorta di Orfeo che nulla può contro il destino voluto e subito da Guido. Seppure in
modo affatto diverso entrambi i fratelli Pasolini combatterono per una nuova o per un’altra Italia, in
ogni caso per una rilettura non intorpidita del significato di parole come nazione e patria. Per Pier
Paolo Pasolini la via fu tracciata nel 1945 dall’adesione al movimento autonomistico friulano e nel
divenire per un certo tempo un uomo coinvolto nelle vicende della vita politica friulana. Questa
esperienza si concluse con l’iscrizione al PCI nel febbraio del 1948, che sancì la rottura con
l’autonomismo, e a sua volta si concluse nel 1949 con l’espulsione dal PCI in seguito allo scandalo
sorto per la denuncia a suo carico di corruzione di minori e di atti osceni in luogo pubblico (14).
In seguito a questi eventi Pasolini fu costretto a abbandonare la scuola di Valvasone dove insegnava
e si trasferì a Roma con la madre.
Dell’attività di insegnante in quegli anni Pasolini ha lasciato qualche breve, ma prezioso scritto,
molto attuali. Parlando per esempio della libertà d’insegnamento e dei rapporti con i genitori, ma la
questione riguarda anche le autorità politiche, culturali e economiche del territorio, Pasolini scrive:

“[...] non è certamente da augurarsi da un educatore che debba di continuo sacrificare la
sua libertà alle intimidazioni che per altri (per esempio i genitori degli alunni) sono
sacre” (15).

Parlando della motivazione ad apprendere Pasolini sostiene che l’educatore deve suscitare la
curiosità degli studenti rivolgendosi alla loro intelligenza, alla loro voglia di conoscere il mondo
ignoto, anche con proposte impegnative, difficili. E spesso le cose difficili sono nuove, sono quelle
che ancora non sono state rimasticate e predigerite da un qualche canone, sono quelle che non
pretendono di dire come pensare, ma che aiutano a pensare.
L’educatore-insegnante dovrebbe proporsi di liberare, di depurare lo studente dalla sua natura
seconda, la tettonica esteriore, come Pasolini la chiamava, costituita dai pregiudizi appresi, le
anticipazioni trasmesse culturalmente (16). Tra queste anche la religione, che a suo avviso dovrebbe
essere una conquista e non un acquisto.
Sull’insegnamento della poesia agli studenti della scuola media egli suggerisce di farli entrare nel
laboratorio poetico, di appassionarli all’operazione poetica per condurli all’invenzione (17). E per
coniugare la curiosità con il gioco egli suggeriva di cominciare con i poeti viventi, coloro

“[...] che usano una lingua viva non solo come lessico ma proprio come concezione
dell’uso espressivo e come scelta dei sentimenti da esprimersi” (18).

NOTE

(1) “Che cos’è un maestro? Intanto si capisce dopo chi è stato il vero maestro: quindi il senso di questa parola ha la sua
sede nella memoria come ricostruzione intellettuale anche se non sempre razionale di una realtà comunque vissuta.”
Citato in Pier Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, (a cura di) Nico Naldini, Guanda, Parma 2001, p. 23.
(2) Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino 2003, pp. 3-67.
(3) Pier Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, cit., p. 146.
(4) Tutte le informazioni biografiche sono ricavate dal saggio di Nico Naldini, Al nuovo lettore di Pasolini, pp. 7-108,
che apre Pier Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, (a cura di) Nico Naldini, Guanda, Parma 2001.
(5) Nell’aprile del 1944 esce il primo numero della rivista “Stroligùt”, nell’agosto esce il secondo numero e nell’inverno
del 1944 un piccolo informale cenacolo di poeti si incontra periodicamente per leggere e commentare le poesie
scritte nel dialetto della riva destra del Tagliamento. Nel febbraio del 1945 viene fondata da questo gruppo di amici
poeti l’Academiuta de lenga furlana. Vedi Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, p. 82.
(6) Pier Paolo Pasolini, cit., p.61.
(7) Il padre di Pasolini Carlo Alberto Pasolini, fu fortuito, secondario protagonista dell’attentato a Mussolini del 1926,
attuato da Anteo Zamboni, quindicenne bolognese. Carlo Alberto Pasolini fu colui che individuò e bloccò
l’attentatore nella folla prima che gli squadristi lo finissero a calci e pugnalate. Su questo fatto rimando al libro di
Brunella Dalla Casa, Attentato al duce. Le molte storie del caso Zamboni, Il Mulino, Bologna 2000.
(8) In Pier Paolo Pasolini, cit., p. 78 è riportato il riassunto di questa favola dello stesso Pasolini.
(9) Pier Paolo Pasolini, cit., p. 78.
(10) Ermes era il suo nome di battaglia. Notizie anagrafiche e biografiche e il testo della sua lettera al fratello Pier Paolo
sono pubblicate anche online nella banca dati dedicata alle ultime lettere di condannati a morte e di deportati della
Resistenza italiana all’indirizzo www.ultimelettere.it.
(11) Pier Paolo Pasolini, cit., p. 79.
(12) Pier Paolo Pasolini, cit., pp. 182-183.
(13) Pier Paolo Pasolini, cit., pp. 185.
(14) Sul contesto e contenuti del periodo dell’adesione all’autonomismo rinvio a Pier Paolo Pasolini, cit., pp. 91-100.
nello stesso volume sono stati pubblicati i contributi politico-culturali di Pasolini sulla “piccola patria” friulana.
(15) Pier Paolo Pasolini, Scolari e libri di testo, cit., p. 269.
(16) Pier Paolo Pasolini, Scuola senza feticci, cit., p. 277.
(17) Pier Paolo Pasolini, Poesia nella scuola, cit., p. 281.
(18) Pier Paolo Pasolini, Poesia nella scuola, cit., p. 282.

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